RIFORMA DEL LAVORO PUBBLICO. Piano Industriale Brunetta: IL GRANDE INGANNO

Roma -

Dietro i colpi di teatro del giustizialismo antifannullone del ministro Brunetta si nasconde un progetto ben più devastante...

scopriamo...Il grande inganno.

 

Vendesi Pubblica Amministrazione

di Manuele Bonaccorsi articolo sulla rivista Left - 4 luglio

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È il più amato tra i ministri, ma deve gestire tagli per 29 miliardi. Renato Brunetta prepara la sua offensiva contro il pubblico. Per liberare spazi agli affari privatidi

Di mestiere fa il curatore fallimentare. Eppure è il più amato dei ministri del governo Berlusconi. Renato Brunetta è il mago che è riuscito a trasformare il più violento programma di tagli ai servizi pubblici mai concepito in un mare di consenso. Nulla è ancora deciso e non è detto che i provvedimenti abbozzati in tempi record dal Consiglio dei ministri superino l’ostacolo delle Camere costrette agli straordinari estivi. In queste prime infuocate settimane, dal suo scranno alla Funzione Pubblica, più che decidere Renato Brunetta ha fatto il giornalista, con un senso dello scoop che neppure l’affiatato duo Rizzo-Stella è capace di maneggiare. Mentre i suoi colleghi bloccavano per decreto la pubblicazione delle hot-line del leader maximo, Brunetta sbatteva in prima pagina nomi e compensi dei consulenti, il numero dei distacchi sindacali, denunciava gli sprechi della casta degli impiegati, ormai secondo solo ai rom nelle antipatie degli opinion maker. Liberista della prima ora, convinto assertore delle virtù taumaturgiche del mercato, il ministro della Pubblica amministrazione ha coperto le spalle alla manovra dell’ultimo colbertista del mondo, Giulio Tremonti. Una doccia al napalm gettata nella foresta dei servizi pubblici: 29 miliardi di tagli in tre anni, tra risparmi dei ministeri e pacchi bomba spediti a sindaci e governatori del centrosinistra (9 miliardi di minori trasferimenti). Con un programma del genere è facile sospettare che, dietro ai propositi efficientisti, si nasconda l’obiettivo di chiudere bottega. Lo Stato si ritira, abbassa la saracinesca. Per la gioia delle imprese private, che davanti a loro hanno praterie da conquistare. In campagna elettorale, Confindustria l’ha detto chiaramente: «Il pubblico assicuri solo quelle attività che i privati non possono fare». Non è un caso che Alberto Tripi, presidente di Confindustria servizi innovativi ed ex prodiano doc, non abbia atteso una attimo per dare il suo sostegno al ministro: la sua Almaviva, di mestiere partecipa a bandi pubblici per l’informatizzazione della P.a. I malpensanti che son soliti chiedersi “cui prodest?” hanno la loro risposta.

Sotto le mire di Confindustria,
in particolare, c’è l’unico pezzo del sistema industriale italiano che si è salvato dall’onda anomala delle privatizzazioni: quello dei servizi pubblici locali, che a viale dell’Astronomia chiamano spregiativamente «socialismo municipale». Non è roba da poco: centinaia di aziende, dalle piccolissime che organizzano la raccolta dei rifiuti in un borgo montano ai grandi colossi multiutility delle metropoli del nord. È un mondo di profitti certi, prezzi crescenti, concessioni trentennali di beni essenziali, quelli “anelastici”, che tutti, a prescindere dal reddito, devono acquistare: acqua, elettricità, gas, trasporti. Anche qui, tutto in vendita. Lo ha annunciato il governo: il disegno di legge che anticiperà la finanziaria, atteso in questi giorni, comprenderà una nuova versione di quanto proposto, nella scorsa legislatura, dalla ministra Linda Lanzillotta, liberista d’assalto del Pd: tutto andrà a gara, anche la contestatissima gestione dell’acqua, nella quale la privatizzazione è spesso coincisa con aumenti vertiginosi delle bollette. «Non si parli di liberalizzazioni: queste sono privatizzazioni. I 9 miliardi di tagli agli enti locali, sommati al divieto per Comuni e Regioni di utilizzare tasse proprie, costringeranno alla dismissione della proprietà di queste aziende», spiega Corrado Oddi, della Fp, Cgil, tra gli animatori della campagna per l’acqua pubblica.

In una recente intervista
su L’Espresso il curatore fallimentare l’ha detto senza giri di parole: «Penso che alcuni servizi pubblici possano anche essere forniti dai privati. Per esempio le carceri: abbiamo tanti villaggi turistici dismessi, riconvertiamoli affidandoli a controllori privati. Anche la scuola: mettiamo in concorrenza la pubblica e la privata, sarà il mercato a decidere chi deve chiudere». Roberto Brunetta lo chiama mercato. Massimo Florio, componente della fondazione Luoghi Comuni e docente di Economia pubblica all’università di Milano, le chiama “concessioni”. «Non è un trasferimento dal pubblico al mercato, ma dal pubblico al privato, in un regime di “non mercato”. Si trasferiscono posizioni di rendita, senza concorrenza. E si favoriscono alleanze politiche con gruppi imprenditoriali che si garantiscono, non sempre al miglior prezzo, il controllo di questi servizi», spiega il docente.  «Si torna all’idea di uno Stato senza proprietà che non eroga servizi, più simile a quello dell’800, dove si votava per censo. Così si trasforma la stessa idea di cittadinanza dove inclusione ed esclusione dipendono solo dalla propria capacità di accedere al mercato dei servizi».

L’ultimo fronte del combattivo Brunetta è il sindacato, troppo forte nel pubblico impiego, nonostante da anni ormai non riesca più a rinnovare per tempo il contratto dei propri iscritti in enti e uffici. Per farli fuori il ministro ha prima pubblicato il numero e il costo dei distacchi sindacali, alzando l’onda dell’indignazione per cotanto spreco. Poi ha preparato un disegno di legge che toglierebbe ai sindacati ogni funzione, trasferendo la decisione su orari, organizzazione degli uffici, valutazione e premi di produttività dalla contrattazione a regolamenti e decreti legge. Il ministro decide d’imperio, gli altri si adeguino. «In questo modo non avremo più niente da trattare», chiosa Paola Palmieri, dell’Rdb-Cub. «Il ministro ha il chiaro compito di dismettere la pubblica amministrazione, quindi ha deciso di non incontrare neppure i sindacati. Quando Brunetta dice: “diamo una risposta alla domanda se è meglio produrre o comprare i servizi”, si dà subito una risposta, basta leggere il suo Piano industriale. Lo Stato e i cittadini, i servizi dovranno comprarli sul mercato. Perché investire, quindi, su un’industria da chiudere?», si chiede la sindacalista. Infine i precari. Le Rdb annunciano per l’autunno una manifestazione dei 300mila precari pubblici, quelli che tirano avanti la carretta della P.a. con contratti che si rinnovano anno dopo anno. Il ministro li ha definiti «polpette avvelenate lasciate dal precedente governo». E ha bloccato il piano di assunzione. Almeno a loro il curatore fallimentare non farà alcuna simpatia.

4 luglio 2008

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